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Fondazione di Venezia

Fondazione di Venezia

 

CAPIRE IL TEATRO

 

Alla ricerca dello spettatore perduto
Linee guida del progetto
di Gianni De Luigi

L'arte delle spettatore di cui sembrano essersi perse le tracce è invece oggi di straordinaria attualità. Se intendiamo per spettatore una persona che sceglie cosa vedere ed è in grado di giudicare l'arte scenica, dobbiamo ammettere che stiamo parlando di un specie in via di estinzione. L'uomo “animale sociale” diviene invece davvero sé stesso solo attraverso la conoscenza dell'altro, attraverso il guardare e l'essere guardato.

Alla ricerca dello spettatore perduto è il titolo che ho voluto dare alla terza edizione del progetto “Capire il teatro o l’arte dello spettatore” promosso da ICAI con il sostegno fondamentale della Fondazione di Venezia: ma forse sarebbe più giusto parlare di spettatore s-perduto.

Ho iniziato questo progetto in quanto mi ero accorto che il Teatro può essere percepito dai giovani spettatori come uno spazio totalmente estraneo: codici, segni specifici e complessi, la relazione, la comunicazione, la difficile partecipazione sensoriale. Il giovane pubblico rimane disorientato abituato com'è al consumo dispersivo della televisione che lo sta portando ad una sorta di analfabetizzazione e anastetizzazione sensoriale: nel limbo fra il sentire naturale e il sentire artificiale. Per i giovani spettatori è difficile distinguere tra emozione naturale ed artificiale, come succede in molte trasmissioni televisive: pianti e competizioni costruite ostruiscono la circolazione delle intelligenze.

E' naturale e auspicabile che il teatro possa disorientare e provocare, ma spesso è costellato da cerimonie intime segrete. Il teatro non è mai completamente acquisito. Dipende sempre dalla testimonianza degli spettatori dalla loro disponibilità al momento della rappresentazione. La qualità dello spettatore è un processo volontario un’attitudine cosciente. Secondo Eugenio Barba: “lo spettatore deve essere cullato da mille sotterfugi dall’intrattenimento del piacere sensoriale, della qualità artistica, della raffinatezza estetica. Ma l’essenziale risiede nella durata effimera dello spettacolo in una scheggia di vita conficcata nel costato dello spettatore che lo accompagnerà negli anni”. Penso sia fondamentale per la vita del teatro contemporaneo, trovare le convergenze con la scrittura scenica e lo spettatore pensante. E' necessario proporre al pubblico una nuova arte dell'essere spettatore per dare inizio a un dialogo profondo e non lasciarlo isolato nel caotico groviglio dei linguaggi "elettroemozionali".

Manca una vera pedagogia del teatro, viene usato in maniera indiretta senza nessuna preoccupazione veramente artistica, perché si lascia ‘ignorare’ ciò che è essenziale all’arte del teatro, nessuno si preoccupa di offrire strumenti di comprensione ed interpretazione a questi giovani nuovi spettatori. Mi rendo conto che si tratta solo di una questione di volontà, vista la partecipazione e gratitudine espressa nei loro componimenti e disegni dai ragazzi, dai bambini e dagli insegnanti.
Questi incontri sono diventati una sorta di anatomia teatrale offrendo la possibilità di addentrarsi nel corpo dello spettacolo analizzando e classificando i segni costitutivi della rappresentazione teatrale.

Comprendere il funzionamento dello spettacolo, significa cogliere come si articolano gli elementi scelti al momento della elaborazione e creazione, identificare il significato e il significante senza tralasciare l’emozione. Bisogna innanzitutto far comprendere il confronto tra “il corpo dell’attore” rispetto quello dello spettatore: l’arte di stare seduti e quella della comunicazione attraverso il gesto e la parola, la musica e la scenografia.

La richiesta di adoperare il cellulare come mezzo di documentazione per fissare i movimenti degli attori (sempre presenti di fronte alla grande platea a volte di 300 alunni per volta) e girare dei brevi video ha permesso di decontestualizzarlo e discutere con i ragazzi proponendo un uso intelligente del mezzo in contrasto alla documentazione di violenze e vigliaccheria.

Molte le domande rivolte ai ragazzi: come occupano lo spazio gli attori? Qual è il tipo di movimento degli attori? Quali le analogie col comportamento dei loro modelli spettacolari? Come è situato lo spettatore nello spazio? Qual è la sua visione? Quante televisioni hanno, quante Play Station, i-pod, computer... Discutiamo sui loro programmi preferiti: I Simpsons, O.C. ecc. Uno alla volta gli attori si presentano con i loro nomi poi si trasformano senza costume nei personaggi della commedia dell’arte con il movimento e la voce. Poi mentre gli attori indossano i costumi può essere uno dei ragazzi a provare il movimento visto poco prima. E poi lo spettacolo viene rappresentato e smontato insieme a loro. Devo ammettere che le cronache, i commenti e i loro disegni meritano una pubblicazione, scegliere su 3000 è un’impresa possibile!

L’insegnante giorno dopo giorno costruisce con l’allievo un relazione pedagogica e quindi dovrebbe esserci uno scambio continuo di esperienze. Quelle dell’allievo sono legate alla televisione, all'ipod, alla playstation, al computer, al cellulare giusto partire da queste per approdare ad un confronto con il teatro, col cinema e con la matematica, con le lettere, con le scienze e con tutte le materie. Si crea così lo spazio per una “pedagogia della comunicazione” di natura critica creando nuove abilità cognitive, metacognitive, soprattutto relazionali, nell mondo elettronico del bambino e adolescente, cercando di recuperare il corpo, sottratto alla percezione. Consapevolezza di sè (spettatore o attore?) come progressiva capacità di autonoma valutazione delle conoscenze sul piano personale e sociale.

Promuovere livelli di acquisizione critica dei linguaggi teatrali e iconici, attivando la decodificazione, nonché l'espressione e la comunicazione delle esperienze, e l'interpretazioni delle immagini, consolidando progressivamente la comunicazione; ecco perché ho proposto di venire alla lezione spettacolo con il telefonino, per spostare il suo ruolo demonizzato, anche da una circolare ministeriale. La volontà invece è di mostrare come usare il mezzo in senso opposto, cioè creativo: un uso didattico e pedagogico, come memoria, documento e confronto aperto anche con i genitori. Tradurre in comunicazione i risultati delle proprie esperienze, una dotazione il più possibile completa di strumenti comunicativi.